SAN LAZZARO – Pubblichiamo un bel resoconto del pelletrekking e soprattutto dello spirito che lo ha animato. Qui anche il link all’album delle numerose foto raccolte dai partecipanti. E’ stata un’esperienza forte di condivisione e di comunità, e queste immagini ne sono testimonianza. Belle le cose viste, belli i momenti vissuti, belli tutti.
Napule è na’ camminata
(Int’ e vichemiezo all’ate)
Così cantava Pino Daniele descrivendo la sua città. E di camminate ne abbiamo fatte tante, in questi tre giorni (11-13 luglio), dove sotto il sole cocente del Mediterraneo abbiamo esplorato una città dai mille volti, sempre la stessa e sempre diversa.
Abbiamo visto quello che era il deserto di Scampia, zona un tempo dimenticata da Dio e dagli uomini, e adesso centro di un complesso ma ostinato percorso di rinascita che ci è stato raccontato da Pasquale, membro dell’associazione “Chi è rom … chi no”. Abbiamo visto il loro Museo Ecologico, che raccoglie opere d’arte realizzate dai bimbi di Scampia, e cenato al loro ristorante multietnico, godendo di un’accoglienza calorosa ed entusiasta, che ben suggerisce come ci sia altro in questa landa che la criminalità troppo spesso spettacolarizzata in tv. In uno spirito simile, abbiamo percorso a piedi il rione Sanità, anche questa zona a lungo tempo considerata degradata e pericolosa, e anche questa oggi area che sta risorgendo dal basso, anche grazie agli sforzi della Cooperativa La Paranza, le cui ragazze sono state la nostra guida. Ci hanno introdotto loro a meraviglie locali come la Chiesa Blu e la basilica di Santa Maria della Sanità (col suo Presepe Favoloso, vera e propria enciclopedia della cultura “parte nopea e parte napoletana” – giusto per citare Totò), ma ancora più importante ci hanno guidato loro in quell’intrico di vicoli e umanità che forma il cuore di Napoli e costituisce il lievito segreto di un’umanità talvolta misera nel corpo ma mai nello spirito, che rende questa città unica al mondo.
Tra Scampia e il rione, abbiamo invece percorso i luoghi della devozione napoletana, quelli in cui emerge più forte la particolare spiritualità, il loro singolare e sincero cristianesimo ancora intriso di credenze antiche se non proprio pagane. Nella cappella di San Gennaro al Duomo, abbiamo appreso che Napoli ha ben 52 Santi protettori (53 contando Maradona), di cui Gennaro vescovo di Benevento è soltanto ‘o’ re’ nonostante non sia mai venuto a Napoli in vita sua. Abbiamo saputo che esiste un gruppo di donne che ha il compito preciso di insultarlo se fallisce nel suo compito di proteggere la città, così come che durante il periodo napoleonico è stato sostituito da Sant’Antonio da Padova. Nelle Catacombe che portano il suo nome e nella Napoli sotterrata sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore, abbiamo visto ciò che resta della Napoli dei romani e dei primi cristiani, subito dopo aver ammirato le maioliche del Chiostro di Santa Chiara.Invece, al gigantesco Cimitero delle Fontanelle (un ossario in una maestosa cava di tufo) ci siamo immersi in una devozione popolare tutta napoletana. Il sito, trasformato in luogo di devozione nell’Ottocento, è il posto dove i napoletani adottano le ‘anime pezzentielle’, cioè le anime del Purgatorio, pregando per loro affinché vadano in Paradiso al più presto, e in cambio ricevendone protezione: un culto che, a essere onesti, la Chiesa nel 1969 ha voluto ufficialmente non riconoscere, ma che resta una parte importante della vita di fede a Napoli.
E come dimenticare la Casa di Ferie ‘Regina Coeli’, che ci ha ospitato in questi giorni all’interno di quello che è uno dei più grandi (per dimensioni e per storia) monasteri napoletani? L’ultima tappa della nostra visita è stata appunto una visita a questo luogo, un doveroso ringraziamento alla grande e calorosa accoglienza delle suore durante questi giorni. Né è possibile dimenticare quello splendore che è la Cappella Sansevero, 90 metri quadrati di puro barocco napoletano, intreccio di religione e cultura scolpiti nel marmo del magnifico Cristo Velato, vero e proprio inno alla risurrezione del corpo e dello spirito partorito dalla mente di uno dei più grandi uomini di cultura che Napoli abbia mai generato, Raimondo di Sangrio. Torniamo a casa stanchi, prostrati, grondanti sudore (anche perché la Pedamentina fa sudare anche quando fatta saggiamente alle 8 del mattino), ma rinfrancati nell’anima e negli occhi da questa immersione in una città dai mille volti, sopravvissuta al Vesuvio, ai terremoti, alle invasioni, ai bombardamenti, alla camorra, sempre e comunque in grado di risollevarsi, sempre uguale a sé stessa e sempre diversa.
Grazie Napoli.
Ce vedìmmo.

